Infolampo: Occupazione – Lavoro

L’altalena dell’occupazione
Muovendosi tra misure del governo e dati dell’Inps, sembra di capire che le imprese hanno proceduto
alle assunzioni a tempo indeterminato ritenute necessarie, mentre la stagnazione fa il resto in termini di
volume complessivo di impieghi e di precarietà
di Claudio Treves
I dati pubblicati lo scorso 18 aprile dall’Osservatorio Inps sul precariato meritano qualche riflessione.
Innanzitutto per quanto NON c’è: da qualche mese, infatti, le tabelle sono meno informative, per la
sparizione, ad es., delle disaggregazioni regionali dei dati
sulle assunzioni/cessazioni e trasformazioni. Non lo si può
attribuire al presente assetto dirigenziale dell’Inps, né
all’attuale governo; fatto sta che così il rischio di commentare
i dati solo usando i dati assoluti e quindi inevitabilmente
trasformando i commenti in tifo pro o contro le misure
dell’attuale governo è quasi inevitabile, ma è esattamente
quello che non serve se si vuole ragionare sui pregi e i limiti
delle misure stesse. Altro limite, l’assenza di ogni riferimento
qualitativo dei rapporti di lavoro (in primis la qualifica),
impedendosi così al commentatore la possibilità di
comprendere gli effetti delle misure sulla composizione
dell’occupazione e le sue dinamiche.
Detto ciò, cosa che ritornerà alla fine di questo piccolo
contributo, i dati grezzi meritano comunque delle riflessioni.
In primo luogo, prosegue nei primi due mesi del 2019 una
dinamica che era già stata segnalata dallo stesso Inps relativa alla seconda metà dell’anno 2018: una
crescita significativa delle assunzioni e – soprattutto – delle trasformazioni a tempo indeterminato, con
contestuale rallentamento – relativo, non assoluto – delle assunzioni a termine ed in somministrazione,
unito ad una sostanziale stasi dei rapporti particolarmente precari (intermittente e voucher).
Proprio per evitare di fare il tifo, è indubbio che l’accresciuto peso dei rapporti a tempo indeterminato sia
da salutare come un fatto positivo, a fronte però di una stasi complessiva dell’economia (decimale più o
meno, siamo attorno allo zero), l’effetto -paradossale – è un calo della produttività, visto che
presumibilmente aumenta il denominatore (ore lavorate) rispetto al totale del prodotto (che resta fermo e
addirittura peggiora).
Ma non c’è solo questo: il fatto che non si possa scandagliare ulteriormente la qualità dell’occupazione –
appunto, in termini qualitativi – lascia irrisolto il dubbio, avanzato a fronte di esperienze concrete sul
campo, che sotto il dato complessivo si nasconda un’ulteriore spinta alla polarizzazione dell’occupazione.
In altre parole, le imprese avrebbero da un lato proceduto – anche in conseguenza delle norme del
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Manifestazione 1° giugno
spostata a piazza San Giovanni

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Lavorare meno lavorare tutti
“In un articolo recente su queste colonne ho sostenuto che c’ è un solo modo per rilanciare nell’
immediato l’ occupazione e contenere la spesa pubblica: lavorare di meno per occupare di più”.
Scritto da: Giuseppe Croce e Michele Faioli
Così scriveva su Repubblica, in un articolo che aveva lo stesso titolo del nostro, Ezio Tarantelli, poco più
di 9 mesi prima di essere barbaramente assassinato, precisamente il 17 giugno 1984. E continuava: così:
“ nella mia proposta lavorare meno non significa soltanto, nè significa in primo luogo, ridurre l’ orario di
lavoro ma anche e soprattutto l’ estensione del part-time, giorni di riposo infrasettimanali, allungamento
delle ferie e periodi sabbatici per l’ aggiornamento professionale. In una parola, maggiore flessibilità nell’
uso e nella divisione del lavoro in un quadro di decentramento contrattuale in cui il lavoratore possa
liberamente chiedere, con almeno un anno di anticipo, di poter usufruire di uno o più degli istituti
suddetti”.
E ancora
“ Il sindacato aziendale contratta con l’ azienda sul se e sul come l’ organizzazione del lavoro può essere
adattata alla richiesta. Il lavoratore rinuncia a quote di salario, di accantonamenti pensionistici e di
contributi sanitari uguali alla quota richiesta del tempo libero sul tempo di lavoro.”
Questa proposta di Tarantelli, sempre proiettato verso la ricerca di soluzioni praticabili ai problemi più
pressanti del suo tempo, torna alla mente oggi che la questione della riduzione dell’orario di lavoro – su
cui alcuni in verità insistono da tempo – torna sulle prime pagine dei giornali.
La riduzione di orario di lavoro di cui parla Tarantelli, e di cui ci occuperemo, può essere definita di tipo
strutturale e va distinta da quella che è connessa a fenomeni di crisi settoriale o aziendale. La riduzione
per crisi aziendale porta con sé alcuni elementi: l’accesso a schemi di sostegno al reddito (prestazioni
collegate a cassa integrazione o fondi bilaterali di solidarietà), l’intervento della contrattazione aziendale
gestionale che incide sulle posizioni professionali e sul tempo di lavoro e, in alcuni casi, sulla formazione
o re-skilling professionale, in altri, persino sui licenziamenti collettivi. La riduzione di orario per crisi
esiste in tutti paesi europei (si pensi, ad esempio, al Kurzarbeit tedesco).
La proposta (recentemente ripresa anche dal Commissario Inps, Pasquale Tridico, nella sua lezione
inaugurale del Master in Economia Pubblica presso la Facoltà di Economia della Sapienza), che qui
trattiamo è, invece, riferita alla riduzione dell’orario di tipo strutturale. Tale riduzione dell’orario e il
(potenziale) aumento dell’occupazione sono certamente dei “beni” in sé che possono migliorare il
benessere dei lavoratori e delle loro famiglie. La riduzione del tempo di lavoro di tipo strutturale può
comportare benefici importanti in funzione delle molteplici forme che potrebbe assumere (al di là della
semplice riduzione delle ore giornaliere, ad esempio aumento dei riposi settimanali o delle ferie nel corso
dell’anno, o di periodi sabbatici, di congedi parentali o per la cura di familiari non autosufficienti, o per la
formazione).
Ma tutto ciò non basta per comprendere bene di cosa stiamo trattando. Si deve tenere in considerazione il
fatto che durante una fase di crescita economica, soprattutto se trainata da aumenti di produttività, la
riduzione dell’orario di tipo strutturale serve a far arrivare ai lavoratori i frutti della crescita, non solo
sotto forma di maggior reddito, ma anche di minore tempo di lavoro, e a dare una spinta aggiuntiva
all’occupazione. Se osserviamo il trend storico di lungo periodo, dalla fine dell’Ottocento e per gran parte
del Novecento i redditi da lavoro sono cresciuti di pari passo con la riduzione delle ore di lavoro. Al
contrario, in fase di stagnazione, la riduzione di orario di tipo strutturale rappresenta una mera
redistribuzione delle ore di lavoro totali, da realizzare assumendo che tale monte-ore sia una quantità data
mentre, secondo buona parte degli economisti, potrebbe ridursi proprio nel momento in cui viene
redistribuita se la riduzione provoca un aumento dei costi per le imprese.
A fronte dei benefici potenziali di questa politica, per poterne valutare appieno significato e effetti si
pongono due questioni decisive: innanzitutto, chi decide se e come ridurre l’orario, e, poi, chi ne paga i
costi.
A questo riguardo, è utile il confronto con la proposta avanzata da Ezio Tarantelli 35 anni fa. In quella
proposta, come emerge dalle citazioni riportate in apertura di articolo, la riduzione di orario ha tre
caratteristiche significative: è su richiesta del lavoratore, è inserita nella contrattazione collettiva
aziendale, non avviene a parità di salario. Primo: se si vuole aumentare il benessere dei lavoratori,
tenendo conto delle loro esigenze, la riduzione non può che essere a richiesta individuale. In questo senso,
essa rappresenta un aumento dei margini di scelta e una flessibilità “buona” per ciascun lavoratore. E’,
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