Infolampo: Mobilitazione – Cina

Al via mobilitazione dei pensionati, il 1 giugno
manifestazione a Roma
Tre grandi assemblee per il prossimo 9 maggio a Padova, Roma e Napoli e una manifestazione nazionale
il 1° giugno in piazza del Popolo a Roma.
I Sindacati Spi-Cgil, Fnp-Cisl e Uilp-Uil annunciano l’avvio della mobilitazione dei pensionati per
protestare contro la totale mancanza di attenzione nei loro confronti da parte del governo.
L’unica misura messa in campo – denunciano i Sindacati – è stata quella del taglio della rivalutazione, che
partirà dal 1° aprile e a cui si aggiungerà un corposo conguaglio che i pensionati dovranno restituire nei
prossimi mesi.
La tanto sbandierata pensione di cittadinanza invece finirà per riguardare un numero molto limitato di
persone e non basterà ad affrontare il tema della povertà.
Nulla è stato previsto inoltre sul fronte delle tasse, che i pensionati pagano in misura maggiore rispetto ai
lavoratori dipendenti, e tanto meno sulla sanità, sull’assistenza e
sulla non autosufficienza, che sono temi di straordinaria
rilevanza per la vita delle persone anziane e delle loro famiglie e
che necessiterebbero quindi di interventi e di risorse.
Il governo – concludono Spi, Fnp e Uilp – si è mostrato del tutto
sordo alle rivendicazioni e alle necessità dei pensionati italiani,
accusati addirittura di essere degli avari per aver osato
protestare a fine dicembre contro il taglio della rivalutazione. La
loro mobilitazione è quindi necessaria e non più rinviabile.
Le Confederazioni Cgil, Cisl e Uil, dal canto loro, sono
consapevoli che l’introduzione della pensione con “quota 100” e
del reddito di cittadinanza hanno generato un aumento
significativo del lavoro in carico all’Inps. Ma “l’esigenza di
rispondere ai cittadini che stanno richiedendo queste prestazioni
dovrà essere gestita senza penalizzare gli altri lavoratori e
pensionati”. Lo affermano in una nota i segretari confederali di
Cgil, Cisl e Uil Roberto Ghiselli, Ignazio Ganga e Domenico
Proietti.
“Cgil, Cisl e Uil – si legge – sottolineano la necessità che l’Istituto di previdenza garantisca in ogni caso
la tempestiva liquidazione di tutte le prestazioni con particolare attenzione a quelle di notevole rilevanza
sociale, come l’ape sociale o la pensione anticipata per i precoci, che assicurano una pensione a lavoratori
ritenuti meritevoli di tutela, come i disoccupati o chi ha gravi disabilità e gli ammortizzatori sociali”.
I sindacati chiedono anche “che siano sbloccate al più presto, come più volte richiesto, le assunzioni di
nuovo personale
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Omaggio ai martiri delle Fosse
Ardeatine. E della libertà

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Con la Via della Seta, la Cina è vicina?
L’Italia sarà il primo Paese del G7 ad aderire alla “Via della Seta”, il grande piano infrastrutturale del
governo cinese. Alle pressioni per impedire un cambio di posizionamento a favore di Pechino, si
contrappongono le spinte per l’apertura di nuovi mercati. Una partita globale, dall’esito molto incerto.
di Andrea Pira
Un timbro rosso con quattro caratteri sormonta il titolo dell’evento: “Presentazione della versione italiana
del volume Xi Jinping: Governare la Cina”. Il cartello accoglie gli ospiti all’ingresso della Sala Zuccari di
Palazzo Giustiani. Al Senato una platea numerosa e attenta ascolta l’ambasciatore cinese a Roma Li
Ruiyu e il presidente di China International Publishing Group, Zhang Fuhai, illustrare il pensiero del
presidente cinese. Succedeva a settembre del 2017. Presenti, l’allora sottosegretaria al Turismo Dorina
Bianchi, Francesco Rutelli, la vicepresidente della Camera Marina Sereni, il senatore Alessandro Maran e
il presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso, seconda carica dello Stato. Mercoledì 20 marzo 2019,
nella non meno maestosa cornice di Palazzo Colonna, una nuova presentazione del volume ha aperto
ufficialmente gli appuntamenti della visita di Xi Jinping in Italia, alla vigilia del suo sbarco a Roma.
Le relazioni tra Italia e Cina vanno quindi avanti da ben prima che si scatenasse la canea sull’adesione
dell’Italia alla nuova Via della Seta. La firma del memorandum d’intesa per la cooperazione nell’ambito
della Belt and Road Initiative, o One Belt One Road, o anche Obor, come viene di volta in volta indicato
il mastodontico progetto infrastrutturale e di connessione globale lanciato da Pechino nel 2013, sarà il
culmine della prima visita di Stato di Xi nella penisola da quando sei anni fa è salito al vertice della
Repubblica popolare cinese.
Definire il memorandum “un accordo commerciale”, come fatto in più occasioni dal vicepremier e
ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, è però limitativo. Il grande piano
infrastrutturale coinvolge già oltre 60 Paesi, ed estendendosi anche all’Africa e all’America Latina va ben
oltre i confini della Via della Seta (termine peraltro coniato soltanto nel 1877 dal barone e geografo
tedesco Ferdinand von Richthofen per sostenere un progetto di connessione ferroviaria tra Europa e Asia).
La valenza è politica. L’Italia sarà il primo Paese del G7 e fondatore dell’Unione europea ad aderire
formalmente al progetto. Una fuga in avanti nonostante i timori e le pressioni statunitensi ed europee per
il rischio di un cambio di posizionamento strategico internazionale di Roma a favore di Pechino.
Per il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, non partecipare alla Via della Seta sarebbe però contro
gli interessi italiani.
Secondo SACE, il progetto può contribuire a ridurre i rischi per gli investitori e per gli esportatori italiani
in Paesi dove i prodotti del made in Italy sono ancora poco conosciuti e fanno fatica ad arrivare ai
consumatori. Riducendo i costi e stimolando il commercio internazionale nonché i flussi di investimenti
diretti esteri, può semplificare i costi operativi per le imprese italiane, spiegava a novembre un focus della
società di assicurazione crediti del gruppo Cassa Depositi e Prestiti.
Tra il 2014 e il 2017, lo stock di investimenti diretti esteri (IDE) in uscita dall’Italia verso i Paesi
coinvolti nella Belt&Road, si legge nello studio, è cresciuto in media del 6,5% rispetto all’incremento del
2,5% del totale degli investimenti italiani in giro per il mondo. Si tratta, tuttavia, di livelli ancora molto
bassi (circa il 18% degli IDE complessivi).
Inoltre, dal 2014, gli scambi tra l’Italia e i mercati della Belt&Road (esclusa la Cina) sono cresciuti in
media di appena il 2,9% all’anno negli ultimi quattro anni (export +2,7% e import +3%).
Il governo non nasconde l’obiettivo di incrementare le quote di mercato nelle Repubblica Popolare e in
Paesi terzi toccati dall’iniziativa.
In questo contesto proprio Cassa Depositi e Prestiti sembra avere un ruolo centrale. La SpA del Tesoro ha
allo studio l’emissione di un cosiddetto “panda bond”, vale a dire una obbligazione denominata in yuan
da collocare a investitori cinesi. La raccolta dovrà servire a finanziare l’internazionalizzazione delle
imprese italiane in Cina. Sempre attorno a Cassa Depositi e Prestiti ruota anche la possibilità di
collaborazione sino-italiana in Paesi terzi. L’idea, neppure troppo nascosta, è di posizionare le piccole e
medie imprese esportatrici nella catena di forniture dei colossi industriali e commerciali del Dragone.
La volontà italiana di recuperare quote di mercato non nasconde però i risvolti politici della firma del
memorandum.
Come rilevato dal professor Giuseppe Gabusi su Internazionale, la Belt and Road Initiative “non
rappresenta una sfida diretta all’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti e dall’Occidente, in quanto si
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