L’artista Mario Vespasiani, recupera le vetrine in disuso della sua città che brilla tra le più belle d’Italia

Nell’epoca della globalizzazione e delle grandi migrazioni i piccoli centri italiani hanno subìto un progressivo calo demografico ed una generale perdita di risorse. Si è assistito ad un cambiamento radicale non solo dei consumi, ma anche delle abitudini, come quella, emblematica, che fino a pochi anni fa convogliava i cittadini nelle piazze, ad intrattenersi sotto portici e lampioni. Con battute e discorsi di tutti i tipi, ma che spesso da parole si tramutavano in progetti. La tecnologia pone uno schermo sul volto del reale ed inverte la prospettiva, che muove la testa verso il basso, in discesa come le auto che per inerzia raggiungono realtà metropolitane camaleontiche, dov’è facile muoversi, nascondersi o cambiare pelle. Gli artisti hanno invece quella capacità di saper anticipare i tempi, di guardare oltre e di scegliere in maniera libera. Rischiando il tutto per tutto, perché in quello che fanno c’è quello che sono: prendere o lasciare. Ma che siano in anticipo, lo lasciano dire agli altri, sanno che di certo non sono attuali, così come l’arte non è moda. 
Nella produzione artistica italiana c’è un talento che ha sempre rimarcato nella sua ricerca le sue origini come frutto di una continua ispirazione, presente nei colori che lo circondano, nei volti che osserva, fino a risalire al culto degli antenati, alla spiritualità che percepisce. Mario Vespasiani è un caso anomalo dell’arte italiana, 40 anni compiuti, altrettanti libri a lui dedicati e 20 di ricerca incessante nella pittura che lo ha portato ad esporre in tutto il territorio nazionale, ma senza mai abbandonare Ripatransone, la sua città, belvedere del Piceno e vanto delle Marche. Privilegiata da un panorama di rara potenza, la sua storia (millenaria) si intreccia con questo suo figlio, che ovunque va, ne parla con quell’entusiasmo che fa quasi sentire in colpa chi non ci è mai stato. Mario Vespasiani crede che l’arte sia una scoperta, di noi stessi e di quello che sappiamo ricavare da ciò che ci accade e che la sua città sia una sorta di famiglia estesa che lo incoraggia e lo spinge ad andare lontano e a ritornare. Al contrario dei suoi coetanei, che per vari motivi hanno abbandonato i luoghi di nascita, chi per rabbia, chi per necessità, chi per coltivare affannosamente relazioni, Mario ha preferito dare vita ad un atelier che è un punto di incontro e di riflessione, di scambio e assimilazione profonda dell’opera. Di conseguenza non ha trascurato l’ambiente circostante, trasformando muri e spazi che i suoi occhi non potevano accettare in uno stato di attesa immobile. Grazie alla grande disponibilità dei proprietari, ha recuperato alcune vetrine in disuso, aggiungendoci il suo tocco colorato, la sua vitalità creativa. 
Dichiara Vespasiani: “ho fatto quello che farebbe chiunque ama ciò che lo circonda. Un passo estro-verso, spavaldo, perché invece di stare fermo, ho esposto ai proprietari nella maniera più trasparente le mie intenzioni di abbellimento di una piccola parte del corso principale. Io, come tutti quei cittadini che mettono bei fiori sui balconi, restaurano con attenzione o semplicemente puliscono lungo il perimetro delle loro abitazioni, ho cercato di aggiungere un tocco di bellezza e decoro inaspettato, dedicato sia a chi frequenta assiduamente questi luoghi, sia a chi ci passa per caso, rimanendo piacevolmente meravigliato. La creatività deve raggiungere ogni cosa e se l’area cittadina destinata ai manifesti è vuota, ce ne faccio mettere qualcuno dei miei, che non sponsorizzano nulla, ma che comunicano pensieri e idee…”