Il barometro politico di febbraio 2019

Dopo mesi di relativa quiete, febbraio è stato un mese sicuramente interessante dal punto di vista politico,
con elezioni ed avvenimenti che hanno scompaginato, e non poco, il panorama partitico italiano. Il crollo
verticale del Movimento 5 Stelle iniziato già da mesi con una serie di sgranature, ha preso l’aspetto di una
vera e propria valanga.
La trappola tesa da quell’animale politico di Salvini ha funzionato pienamente, la non forza dei maggiorenti
del Movimento di decidere affidandosi ad una votazione tra gli iscritti avvalendosi di una piattaforma
privata e non certificata ha avuto effetti devastanti nella infrastruttura pentastellata. Avere ripudiato uno
dei pilastri del Movimento, l’immunità parlamentare, appigliandosi alla sottile distinzione tra immunità
parlamentare ed immunità dei ministri, non è stata colta dalla platea dei sostenitori, e si è ben evidenziata
nei goffi tentativi del ministro Bonafede di giustificare la scelta.
I risultati si sono visti nelle elezioni abruzzesi, e sono diventati deflagranti in Sardegna, portando a ripudiare un altro mantra del Movimento, il vincolo dei due mandati. Anche qui facendo degli studiati distinguo tra mandati locali e nazionali, un poco come discorrere sul sesso degli angeli. E dopo la Tap e l’Ilva, anche la promessa no TAV è diventata un macigno, che fosse impossibile fermarla era evidente a chiunque non credesse ad occhi e mente chiusi a Di Maio. I dati della Torino-Lione, che TAV non è, sono pubblicati da sempre sul sito del ministero delle infrastrutture nei 12 quaderni afferenti la tratta. Nel delirio invernale del Movimento poi si sono aggiunti gli inutili scontri con la Francia, con le istituzioni europee, l’affaire Alitalia, il caso Giulia Sarti con l’eminenza grigia Rocco Casalino nuovamente tirato in ballo.
Fin qui siamo di fronte a cose già dette, scritte e lette, ma quello che pare sfuggire alla maggioranza dei
quotidiani è il peccato originale alla base della débâcle del Movimento 5 Stelle. Il partito guidato da Di Maio ha virato fortemente a destra per atteggiamenti e politiche, al continuo inseguimento della lepre
rappresentata dalla Lega, ma i due alleati hanno DNA profondamente diversi. Mentre il partito di Salvini ha un elettorato prevalentemente orientato al centro-destra, schieramento in cui si è sempre posto, il
Movimento 5 Stelle è composto per oltre la metà di elettori provenienti dalla sinistra, contando solo un
quarto di ex forzisti e zone limitrofe. Come può un elettore di sinistra riconoscersi ancora in un Movimento
che adotta e persegue politiche di destra? Da qui l’abbandono dei votanti pentastellati, che in parte
rientrano nella costellazione della sinistra, ed in tanta altra semplicemente decidono uscire dalla vita
politica e disertare le urne aumentando il grado di disaffezione verso la politica.
MAURIZIO DONINI