La Cina alla conquista del mondo con il calcio

epa04572343 (L-R) Atletico Madrid CEO Miguel Angel Gil, Wanda Group Chairman Wang Jianlin and Atletico Madrid President Enrique Cerezo hold a team jersey during an agreement ceremony in Beijing, China, 21 January 2015. China’s Wanda Group officially announced it has invested 45-million euro to acquire a 20 percent stake in Spanish soccer club Atletico Madrid. EPA/ROLEX DELA PENA

L’acquisto dello Slavia Praga da parte della Cefc Energy Company potrebbe sembrare una notizia da pagina
sportiva, se non fosse che l’acquirente è una compagnia statale cinese che sta impiantandosi nella
Repubblica Ceca e con forti implicazione nella “One belt one road Initiative”. La CEFC ha pagato 5 milioni di euro per rilevare il 59,97% dello Slavia Praga dal precedente proprietario, l’ex ministro dei trasporti ceco
Aleš Řebíček, in precedenza il colosso cinese aveva acquistato due palazzi di lusso nel cuore di Praga e
aumentato la propria partecipazione nel T Group.
Sono 400 i milioni di euro investiti dalla China Media Capital nel City Football Group cementando i rapporti tra Pechino ed Emirati Arabi Uniti, così come è passato in mani cinesi il 20% dell’Atletico Madrid e la proprietà del Wolwerhampton. L’aumento del costo del lavoro in Cina ha portato il paese a delocalizzare in Africa dove questi è molto più basso, creando lavoro ed infrastrutture, e contribuendo alla stabilizzazione ed allo stop all’emigrazione per necessità molto più delle sparate leghiste, pur con minor impatto mediatico. In questo quadro sono stati costruiti gli stadi a Port Gentil e Libreville in Gabon, mentre è al lavoro sulle strutture del Camerun che ospiterà la Coppa d’Africa 2019. Non solo di Europa ed Africa si parla nella silenziosa strategia che lega il calcio alla Cina, così Pechino sta costruendo un impianto a Lusail, in Qatar, attraverso la China Railway Construction Corporation Limited. Al momento sono 25 le società calcistiche controllate dalla Cina sparse dall’Europa all’Oceania, il numero è in continuo aumento ed aggiornamento. Non si parla solo di vittorie sul campo, ma di investimenti a 360° con Alibaba che si occupa del merchandising, ad esempio Juventus e Bayern Monaco, e la Infront che è main sponsor della FIFA.
La ‘One Belt One Road Initiative’ lanciata nel 2013 da Xi Jinping, è destinata a cambiare gli equilibri
strategici mondiali, evitando possibili blocchi navali, ma in termini più realistici, abbreviando enormemente i tempi di arrivo delle merci dall’estremo oriente in Europa e contemporaneamente dimezzandone il costo di trasporto. La politica cinese nella creazione della infrastruttura non è scevra da pericoli nei progetti in comune con i paesi interessati, le spese sono condivise, ma molti degli stati vantano poca liquidità e devono ricorrere ai finanziamenti delle banche cinesi, non si tratta di sovvenzioni, ma di veri e propri prestiti.
Un recente studio del Centro per lo sviluppo globale ha identificato otto paesi: Gibuti, Maldive, Laos,
Montenegro, Mongolia, Tagikistan, Kirghizistan e Pakistan, che sono particolarmente a rischio di difficoltà di indebitamento a causa del futuro finanziamento di Belt e Road. Insegni il caso dello Sri Lanka che nel solo 2017 ha destinato il 95% delle entrate governative al rimborso del debito. Il governo di Maithripala Sirisena ereditò una montagna di debito verso la Cina, uscendone solo con un accordo che concede a Pechino l’affitto per 99 anni del porto strategico di Hambantota. A volte i progetti vengono iniziati e mai completati, lasciando solo debiti a carico degli stati e quindi sudditanza verso la Cina. Un esempio spesso citato è la linea ferroviaria Bandung-to-Jakarta, un affare da 5,5 miliardi di dollari firmato dall’Indonesia con la Cina nel 2015.
I terminal commerciali che Pechino sta disseminando tra la Cina e l’Europa un giorno potrebbero
trasformarsi in basi militari, e la dipendenza economica dei vari stati verso il regime di Xi Jinping può influire sulla libertà e l’indipendenza degli stessi. La folle politica sclerotica attuata dal Presidente degli Stati Uniti, lasciando ad esempio morire il TPP, ha aperto spazi inaspettati alla Cina, che ne sta approfittando con intelligente prontezza. Pechino ha già stanziato 50 miliardi di dollari da investire in Brasile per la costruzione di un porto all’imbocco del Rio delle Amazzoni.
MAURIZIO DONINI