Infolampo: 2 Giugno – Fidarsi

2 giugno, Festa di pace e di lavoro
A settant’anni dal varo della nostra Costituzione festeggiamo la Repubblica nata dalla Resistenza. Un
momento di popolo per ricordare che l’Italia è un Paese indissolubilmente fondato sul lavoro e ripudia la
guerra
di Rete della pace
Il simboli dell’Italia dovrebbero essere il lavoro e la pace, principi fondamentali della nostra Repubblica.
Il 2 giugno è l’anniversario della Repubblica, nata dalla
Resistenza (che fu un movimento prevalentemente civile e
popolare antifascista e antinazista) e dalla volontà
popolare del Referendum (strumento fatto di seggio,
scheda, matita, che per la prima volta usarono anche le
donne).
Il sistema democratico repubblicano, scelto il 2 giugno
1946 dal popolo italiano, getta i semi dai quali il primo
gennaio 1948 nascerà la Carta Costituzionale.
Il primo articolo indica come la nostra Repubblica sia
fondata sul lavoro. Gli articoli successivi, dal 2 al 10, i
principi fondamentali, contengono il richiamo ai diritti
inviolabili dell’uomo, l’uguaglianza e la pari dignità
sociale di tutti, il diritto al lavoro, le autonomie locali ed il
decentramento amministrativo, la tutela delle minoranze
linguistiche, l’indipendenza dello Stato e della Chiesa, la
libertà per tutte le confessioni religiose, lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica, la tutela del
paesaggio, del patrimonio artistico e monumentale, il riconoscimento del diritto internazionale e il diritto
d’asilo per lo straniero; infine vi è l’articolo 11, il ripudio della guerra come strumento di offesa alla
libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
A chiusura dei principi fondamentali, i costituenti hanno scelto di inserire, con l’articolo 12, la descrizione
della nostra bandiera tricolore, che è il simbolo unitario che racchiude in sé i valori precedentemente
espressi, dal lavoro al ripudio della guerra.
Tutto questo significa che i cittadini ei lavoratori devono costruire le condizioni economiche e sociali per
la dignità della vita di tutti coloro che vivono nel nostro paese, e che la guerra è l’unico vero disvalore da
espellere per sempre dal contesto civile.
Per questo chiediamo che le spese militari e l’impiego delle forze armate rientrino nel dettato
costituzionale, che si rilanci la ricerca e la produzione civile e sostenibile anziché quella militare; inoltre
riteniamo che i 25 miliardi di euro che saranno impiegati anche quest’anno per le spese militari vadano
contro la Costituzione e sperperino denaro sottratto alle tante necessità attuali (lavoro, sanità, istruzione,
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Le nuove frontiere della longevità,
sul nuovo numero di LiberEtà

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Come sappiamo che c’è da fidarsi?
A pensarci bene, tutto il nostro intricato sistema di relazioni personali e tutto l’enormemente più intricato
sistema di relazioni economiche e sociali in cui, volenti o nolenti, siamo immersi nell’intero corso delle
nostre vite, si basano sulla fiducia.
di Annamaria Testa, esperta di comunicazione
Avere fiducia vuol dire essere decentemente certi che qualcosa o qualcuno, a prescindere dal nostro
controllo, realizzerà nel futuro una nostra attuale aspettativa positiva, o che qualcosa o qualcuno abbia
fatto o faccia adesso proprio ciò che in seguito sarà positivo per noi.
Tutto ciò si basa su pochi presupposti: che il qualcuno sia onesto, bendisposto e capace. Che il qualcosa
sia funzionale, efficiente e non affetto da meccanismi avversi.
Uno stato d’animo complesso
Così, ci fidiamo di una prescrizione medica o del consiglio di una commessa (guardi, le sta benissimo!).
Dell’orario dei treni (se no non ce ne staremmo lì, in stazione). Della banca in cui abbiamo aperto un
conto corrente, o del cliente che si impegna a pagarci “60 giorni data fattura”.
Ci fidiamo del ristoratore che ci propone un piatto esotico. Dello sconosciuto camionista di tir che guida
accanto a noi in autostrada. E dello sconosciuto ingegnere che ha progettato il ponte su cui stiamo per
passare. Del politico che votiamo, delle sue promesse e delle sue valutazioni.
Ci fidiamo dell’azienda di ecommerce che ci spedirà proprio quello per cui abbiamo già pagato. Del figlio
che ci assicura che rientrerà non più tardi dell’una di notte (no, dai, mi faccio una birra e torno), e
dell’amore della nostra vita che giura di non tradirci mai. Di Wikipedia. O del blog che proclama di dirci
tutte le verità che altri tacciono.
La fiducia è un’emozione. Uno stato d’animo complesso, per produrre il quale si combinano istinto e
ragionamento, calcolo e intuizione, attesa e speranza, esperienze del passato (e anche del remoto passato
infantile) e anticipazioni sul futuro. Quando abbiamo fiducia, ci sentiamo sereni, tranquilli e
accettabilmente al riparo dai rischi.
Come tutte le emozioni, la fiducia che abbiamo è connessa con il nostro temperamento e il nostro
carattere. E questo vuol dire che persone diverse, nella medesima situazione, potranno sentirsi
diversamente fiduciose, diffidenti o sfiduciate.
È il nostro grado di fiducia ciò che ci motiva a fare (o a non fare) certe scelte e a compiere (o non
compiere) certe azioni, e determina le nostre interazioni con gli altri e i nostri comportamenti.
Qualche volta ci fidiamo sul serio. Qualche volta, ci tocca fare come se ci fidassimo perché non abbiamo
alternative migliori: per esempio, per riuscire a chiedere un favore dobbiamo sentirci fiduciosi di poterlo
ottenere. Qualche volta siamo fiduciosi a ragion veduta, e qualche altra del tutto a caso.
Sta di fatto che siamo neurologicamente predisposti a provare fiducia (il vero fondamento dell’attitudine a
cooperare su cui si fonda la nostra vita sociale) e che quando proviamo fiducia il nostro cervello ci
ricompensa e ci regala una gratificante sensazione soggettiva di benessere.
La totale assenza di fiducia è, prima ancora che distruttiva, paralizzante. L’unica via d’uscita dalla paralisi
e dall’ansia a cui ci espone l’essere totalmente sfiduciati è spesso la più pericolosa: riporre nuova fiducia
nel primo truffatore, mago, stregone, imbonitore che passa di lì, e che sa però farci quel sorriso che ci
allarga nuovamente il cuore, quella promessa che ci fa intravedere un futuro migliore, proprio nel
momento in cui ne abbiamo sommamente bisogno.
Ed eccoci al punto: nei confronti di chi e di che cosa siamo propensi a provare fiducia? I fattori in
assoluto più importanti sono due: vicinanza ed empatia. Ci fidiamo più facilmente di chi o di ciò che
sentiamo vicino, ben disposto nei nostri confronti, accudente, capace di capirci. In sostanza, ci fidiamo in
primo luogo come un bambino piccolo può fidarsi della sua brava mamma.
In secondo luogo, tendiamo a fidarci di chi (e di ciò che) ci parla in modo comprensibile e coinvolgente,
specie quando spiega argomenti di cui capiamo poco o nulla. In sostanza, tendiamo a fidarci come un
ragazzino che dà retta a una sua brava maestra.
In terzo luogo, tendiamo a fidarci di chi ci appare onesto, autentico e trasparente. In sostanza, ci fidiamo
come da adulti ci fideremmo di un vero amico. Una interessante conseguenza di tutto ciò è che dare
fiducia significa anche rendersi aperti e vulnerabili come può esserlo un bambino o un ragazzino, o un
adulto quando è in compagnia di un vero amico. L’altra conseguenza è che ogni tradimento della fiducia è
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