Il barometro politico di aprile 2018 – la realpolitik in salsa

La Realpolitik differisce dalla famosa necessità di Montanelli di andare a votare turandosi il naso, solamente per il fatto che costringe a proteggere le narici finanche oltre-frontiera.
Aforismario di Rina Brundu
La politica di aprile non si è spostata di un millimetro da quella di marzo, i giornali non sanno che scrivere perché la situazione è quella che era prevista e parimenti si è perfettamente realizzata. Renzi è un piccolo uomo nell’enclave della politica, è presuntuoso e dividente, rissoso e supponente, ma non ama perdere.
Sapendo di non poter vincere ha fatto in maniera di essere si curo di non perdere, facendo passare una legge assurda che garantisce l’ingovernabilità a colpi di maggioranza, veicolata dal suo fido Gentiloni e proclamata senza particolari patemi dal serafico Presidente Mattarella.
Arriviamo quindi al centro del problema, nessuno ha vinto, nessuno ha i numeri per governare, quindi necessitano alleanze tra diversi, i discorsi sono sempre quelli, M5S con la Lega oppure M5S con il PD. Poi iniziamo i ‘non detto’, Salvini fatica a liberarsi della zavorra berlusconiana, ma aspetta solo il momento buono per iniziare a camminare da solo. Il PD nella sua parte più ragionevole stenta a fare lo stesso con la maggioranza renziana, che offesa e corrucciata come un bambino cui sia caduto il gelato per terra, preferisce l’estinzione di quel che resta ad un ritorno nei giochi con un ruolo di secondo piano.
E’ incontestabile che in nessuna parte si veda la nascita e/o la crescita di qualcuno che assomigli anche solo lontanamente ad uno statista, c’è un coacervo di piccoli personaggi in cerca d’autore che sgomitano in cerca di luce. Gli elettori confusi si guardano l’un l’altro non comprendendo come sia possibile che partiti che fino al giorno prima si insultavano senza il minimo problema ora ipotizzino accordi di programma e di governo, ma questa è la realpolitik. L’esigenza di dare un governo al paese è reale ed urgente, un ritorno alle urne con lo stesso rosatellum ora in vigore non cambierebbe la sostanza, 1 punto in più per la destra,
un paio in aggiunta ai pentastellati, un paio in meno al PD che si avvierebbe ad una rapida inglobazione nella costellazione del M5S.
PD e 5 Stelle, perché poi si gira sempre attorno a questo fulcro, ma questa guerra ha poi davvero ragioni di così profonda differenza. Un recente studio presentato in Nomisma sul popolo del blog ha evidenziato come su un campione di 100, il 45% dei pentastellati si sovrapponga ai piddini in quanto a idee, voleri, speranze, fedi. Solo il 23% si vede nel centro-destra, il restante quarto non risponde. Ovviamente stiamo parlando degli elettori, non certo delle classi dirigenti che sono ben asserragliate nel fortino dei propri privilegi. Ma che il Movimento sia nato con fuoriusciti e delusi della sinistra non è certo una novità, proprio
questa fa prevedere che in assenza di cambiamenti di rotta, il partito ora guidato da Martina, sia destinato a sciogliersi nel 5 Stelle, e questo è storicamente sempre accaduto.
MAURIZIO DONINI