Infolampo: congresso – razzismo

Un Congresso per il Paese
Due passaggi di rilievo nell’ultimo fine settimana: prima l’accordo tra sindacati e Confindustria sulle
nuove relazioni industriali, poi la convocazione dell’assise della Cgil. Si riafferma così la centralità del
lavoro e della democrazia economica
di Altero Frigerio
Un Paese più solidale e più equo. Che investe sul capitale umano, sulla sua struttura produttiva,
sull’innovazione tecnologica, sulla necessaria attenzione al
territorio, curandone ferite e fragilità.
Se questa è la premessa all’accordo per nuove relazioni industriali,
meglio si comprende l’investimento delle parti sociali –
confederazioni sindacali e organizzazioni datoriali – su quella che è
una cornice di regole da riempire di contenuti, di progetti, di
obiettivi. Dal riaffermato primato del contratto nazionale di lavoro
alla certificazione della rappresentanza (anche per le imprese), dai
temi di grande impatto come la formazione, la salute e la sicurezza
sui luoghi di lavoro, alla comune determinazione nel ribadire il
carattere integrativo del welfare contrattuale (no ai benefit in
cambio di salario reale), le 15 pagine del documento sul nuovo
modello contrattuale sottoscritto venerdì scorso dal presidente di
Confindustria Vincenzo Boccia, e dai leader di Cgil, Cisl e Uil,
Camusso, Furlan e Barbagallo, mettono nero su bianco il livello di
investimento che sindacati e imprese pongono in essere sul futuro
del mondo del lavoro nel nostro Paese.
Una sfida alta, complessa, con mille incognite (a cominciare dal
quadro politico) ma indispensabile per un duplice aspetto. Intanto
l’accordo supera limiti e ritardi accumulati negli anni passati in cui si sono sommate debolezze e
divisioni, che sotto i colpi della disintermediazioni non hanno giocato certo a favore del campo del
lavoro. In secondo luogo, si acquisisce una relazione di fiducia e impegno tra le parti sociali nel
determinare nuovi livelli di quella democrazia economica della cui necessità ed urgenza c’è sempre più
larga consapevolezza. Uno documento, in sintesi, di grande impatto proprio perché detta le condizioni per
mettersi alle spalle il dumping tra i contratti, la concorrenza tra le stesse organizzazioni di rappresentanza
delle imprese, le discriminazioni tra i sindacati o verso singole organizzazioni sindacali.
E non è poco, diciamola così, al cospetto di una discussione post-elettorale tutta centrata sulle alchimie, le
furbizie governistiche e ben poco interessata (e capace?) nell’indicare effettive proposte in grado di
rispondere in modo credibile alle tante domande che intorno al connubio paura-povertà si sono riversate
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Non chiamatela soltanto
«fuga dei cervelli»

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La moglie dell’uomo ucciso a Firenze spiega cos’è il
razzismo
Ha una specie di rosario tra le mani, il kurus: una catena di perline di legno che scorre nervosamente con
le dita. Rokhaya Mbengue si nasconde dietro un velo viola decorato con fiori e gocce argentate, mentre
siede in silenzio nel salotto della casa di Pontedera, in provincia di Pisa, circondata da amici e parenti
venuti a trovarla.
di Annalisa Camilli, giornalista di Internazionale
Non ha nemmeno quarant’anni, ma ha già perso due mariti nello stesso modo: entrambi uccisi per strada a
Firenze da due italiani che non li conoscevano nemmeno. Seduta su un materasso steso per terra in un
appartamento al terzo piano di un palazzo, la donna è piegata su se stessa nel gesto ripetitivo di pregare
contando le perline di legno del rosario. Tutti sono intorno a lei. L’unico rumore è quello della pioggia
che entra dalla finestra. Ogni tanto arriva qualche schiamazzo dei bambini di casa che si rincorrono nel
corridoio.
Era nel suo paese a Morola, in Senegal, quando il 13 dicembre 2011 Rokhaya Mbengue, soprannominata
Kenne, ha saputo che il suo primo marito, Samb Modou, era stato ucciso da un uomo bianco che si era
messo a sparare contro i neri. Gianluca Casseri, un militante di CasaPound, aveva ucciso due venditori
ambulanti senegalesi al mercato di piazza Dalmazia, nel centro di Firenze. Tra loro c’era Samb Modou.
Ricorda di essere rimasta senza fiato, per giorni con la sua unica figlia, Fatou, ad aspettare che tornasse il
corpo del marito dall’Italia. “Nella nostra religione, se uno muore dobbiamo seppellirlo il prima possibile
per garantirgli la pace”, spiega Suleiman Seck, un cugino che è rimasto in piedi accanto a lei e l’aiuta a
parlare quando le parole s’inceppano.
“Ho pensato che non mi sarei mai ripresa da quel dolore, era troppo”, ricorda Kenne. Ma poi per il bene
della figlia Fatou, si è tolta il lutto e si è comportata come la famiglia le ha consigliato e come prevede la
tradizione senegalese. Ha sposato uno dei cugini di Samb, Idy Diene, un uomo molto religioso che viveva
in Italia dal 2001 e si era occupato di tutte le questioni burocratiche per il rimpatrio della salma. Dopo il
matrimonio con Diene, Kenne si è trasferita in Italia. Voleva lavorare per assicurare un futuro a sua figlia
Fatou, rimasta senza padre.
Come un diamante
I primi tempi a Firenze sono stati duri, ricorda. Ma poi è stata assunta come badante nella casa di una
signora che l’ha accolta come una figlia. “La mia vita insieme a Idy è stata bellissima: Idy era una brava
persona, era gentile, il suo cuore era puro come quello di un diamante”. Rokhaya Mbengue si copre con il
velo che le nasconde gli zigomi pronunciati e gli occhi allungati, cerchiati da un’ombra scura, dopo giorni
di pianto. Anche la donna italiana per cui lavorava voleva molto bene a suo marito e ci parlava spesso al
telefono, “perché Idy amava scherzare”. “Il giorno in cui è stato ucciso ci avevamo parlato verso le 10,
avevamo riso”, racconta Kenne.
Solo due ore dopo, mentre era sul ponte Amerigo Vespucci a vendere ombrelli, Idy Diene, un uomo
corpulento di 54 anni, che tutti dipingono come “un uomo di pace” è stato colpito da tre proiettili: uno
alla nuca, uno al petto e uno alle gambe. A sparare il sessantacinquenne Roberto Pirrone, ex tipografo in
pensione, che dopo essere stato arrestato ha detto alla polizia di aver sparato a caso contro il primo che
passava, perché era uscito di casa per suicidarsi, ma non aveva avuto il coraggio di farlo.
Kenne non ha nemmeno voluto vedere la foto dell’assassino di suo marito. “Una persona buona è andata
via, un uomo che pensava solo a lavorare. Ora chi si occuperà dei suoi figli?”. Se potesse incontrare
Pirrone, Kenne non vorrebbe parlargli. È molto religiosa, crede nella giustizia divina. “Dio è grande, più
grande di tutti noi, io voglio solo pregare per mio marito”, dice mentre le si spezza la voce. “C’erano altre
persone sul ponte, ma la violenza omicida di Pirrone si è scagliata contro l’unico nero, colpito alle spalle.
In sette anni sono morti tre senegalesi a Firenze, tutti nello stesso modo e noi ora abbiamo paura”,
aggiunge Suleiman.
Kenne non vuole più rimanere in Italia, anche se da poco ha ottenuto la cittadinanza italiana. Vuole
tornare da sua figlia in Senegal. “Io ho paura a camminare per strada, ho troppa paura”, dice. Il razzismo
per Kenne è il disprezzo immotivato e quotidiano, che può diventare improvvisamente una condanna a
morte. “A volte salgo sull’autobus e mi siedo. E subito quello che è accanto a me si alza perché io sono
nera”, racconta. “Molte volte i colleghi al lavoro nemmeno ci dicono buongiorno e non rispondono
quando li salutiamo”, aggiunge Suleiman. “Altre volte ci insultano per strada o sui mezzi pubblici senza
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