Da Infolampo: cassadepositieprestiti – islam

cassa-depositi-e-prestiti-lavoroNon svendiamo i nostri risparmi

La Cassa depositi e prestiti al centro di nuove operazioni di privatizzazioni. Un po’ di liquidità per

alleggerire il debito pubblico pagata a caro prezzo: la rinuncia ad ogni parvenza di politiche industriali

di Giorgio Frasca Polara

Il governo intende attaccare l’ultimo, vero baluardo che resta – la Cassa depositi e prestiti – per sperare di

ricostituire una sovranità industriale, economica e monetaria del Paese. E’ la conseguenza del recente

annuncio del ministro dell’Economia e delle Finanze

dell’intenzione di mettere in vendita entro la fine dell’anno il

15% della Cassa, per ricavarne cinque miliardi, un’inezia

rispetto a quel che serve per abbattere il debito pubblico e

rientrare (con altri, più corposi, non ancora chiariti tagli) nei

famosi vincoli fissati dall’Unione europea. Una inezia, e

soprattutto il pericolo di nuovi arrembaggi di capitali esteri.

Ora attenzione: la Cassa detiene oltre 240 miliardi di euro

frutto in massima parte di depositi postali dei cittadini. Con

questi soldi eroga crediti al sistema-impresa; e, forte di

questo patrimonio, possiede partecipazioni strategiche in

Terna, Eni, Snam, Poste, Fincantieri, Saipem, Italgas e altre

aziende strategiche dalle quali si potrebbe ripartire per

impostare una rinnovata politica industriale.

Ed è un fatto conclamato, sotto gli occhi di tutti, che le

privatizzazioni si sono tradotte, nel corso di decenni, in

operazioni devastanti. A partire dagli Anni Novanta, con la trasformazione in società private degli istituti

di diritto pubblico. Bilancio catastrofico: le banche hanno sistematicamente bisogno di interventi di

salvataggio dello Stato con i soldi dei cittadini. Da allora la valanga della svendita di aziende cruciali e di

patrimoni industriali non ha avuto sosta (Telecom, Autostrade, Ilva, ecc.) senza che l’accaparramento da

parte di imprese italiane ed estere abbia potuto contribuire in modo sostanziale al risanamento del bilancio

statale e alla diminuzione del debito salito via via a cifre astronomiche.

Per realizzare la vendita del 15% della Cassa è stata studiata un’operazione molto sofisticata, rivelata dal

“Sole24Ore”: il ministero dell’Economia (azionista di maggioranza con l’82,77%) venderebbe la sua

quota di Poste italiane alla Cassa e, se non basta, trasferirebbe per un aumento di capitale della Cassa una

parte delle sue partecipazioni in aziende quotate in borsa (Finmeccanica, Enav, Eni) e non quotate (Fs,

Rai, Poligrafico). Così il patrimonio della Cassa salirebbe oltre i 30 miliardi di valore e la cessione del

15% farebbe incassare allo Stato i famosi cinque miliardi.

Ma c’è un serio rischio: che la eventuale vendita di questo 15% ad un investitore estero (più interessato a

entrare direttamente nelle società quotate anziché nella Cassa, che è una holding di partecipazioni) possa

essere “trattata a sconto”: insomma si può delineare una ulteriore svendita di patrimonio statale con una

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Non Autosufficienza: bene

impegno Governo e Regioni per

ristabilire Fondo.

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Islam, l’Ue e non solo spaccata sul burqa

L’Austria lo vieta insieme con altri veli integrali. E, prima in Europa, ferma anche la distribuzione del

Corano. Il dibattito sulla libertà di culto e di espressione torna a infiammare l’Occidente.

di Barbara Ciolli

Non solo il divieto di velo integrale in pubblico ma anche della distribuzione del Corano. Sono questi i

due pilastri del nuovo pacchetto austriaco di misure per la «sicurezza e per l’integrazione»: un «cambio di

paradigma» per il governo di grande coalizione tra i conservatori popolari (Övp) e i socialdemocratici

(Spö). «Solo in questo modo le persone potranno elaborare il rispetto verso la società», sostiene il

ministro agli Esteri e all’Integrazione Sebastian Kurz, classe 1986 e in carica dal 2013, il più giovane

titolare di un dicastero nella storia dell’Austria.

BURKA E NIQAB. Dietro le restrizioni sul burqa (l’abito di copertura totale per le donne in

Afghanistan), sul niqab (quello nero tipico dei Paesi del Golfo che lascia visibili solo gli occhi) e su

qualsiasi altro indumento che renda irriconoscibile il volto delle donne, ci sono le convinzioni

dell’elegante ministro-prodigio, ribattezzato a Vienna un Metternich in erba: già sottosegretario

all’Integrazione, dal 2011 Kurz è l’estensore di diversi rapporti e proposte di legge in materia secondo la

sua dottrina dell’«integrazione attraverso la prestazione».

PIÙ SOLDI MENO MIGRANTI. Non a caso il suo nuovo pacchetto di stampo nazionalista impone anche

ai richiedenti asilo corsi speciali di lingua tedesca e valori austriaci, nonché tre mesi di lavori socialmente

utili non retribuiti. In sei anni di incarichi sull’immigrazione, il ministro Kurz ha visto gonfiarsi il suo

budget dai 15 milioni di euro iniziali ai 100 milioni entro il 2017, per gestire l’ondata dai Balcani, fino ai

200 milioni di euro per le nuove misure da mettere in atto entro il 2018: una moltiplicazione dei pani e dei

pesci direttamente proporzionale alla sua virata a destra.

Con il milione e mezzo di profughi dell’estate 2015 solo verso la Germania, Kurz si è man mano spostato

su posizioni sempre più contrarie all’accoglienza degli stranieri. Da ministro all’Integrazione, non ha

voluto andare ad abbracciare i richiedenti asilo «per non far passare un messaggio sbagliato» e già un

anno fa ha proposto di far internare i migranti in «isole del Mediterraneo come Lesbo» perché il

«salvataggio di emergenza in mare non è un ticket per la Mitteleuropa». «Anche i profughi che si mettono

in viaggio per vie illegali», chiosò, «perdono il diritto d’asilo e in linea di principio dovrebbero venire

spediti subito indietro».

STATI CHE VIETANO. La durezza del suo pacchetto sull’immigrazione non stupisce. Ma se l’altolà al

velo integrale in tutti i luoghi pubblici, per motivi di sicurezza e in Francia anche ideologici, è un –

contestato – provvedimento già in vigore in alcuni Paesi dell’Unione europea (in Francia, appunto, e in

Belgio dal 2010, mentre la Bulgaria si è aggiunta al gruppo nel 2016, anno nel quale anche i Paesi Bassi

hanno approvato il divieto parziale del burqa e del niqab in alcuni edifici pubblici, inclusi i mezzi di

trasporto), lo stop alla distribuzione del Corano rappresenta un inedito per l’Ue che sancisce come

fondanti e inviolabili diritti alla libertà di culto e di espressione.

Se da una parte l’Ordine degli avvocati austriaci rifiuta il velo integrale al di fuori degli spazi privati come

«espressione di uno Stato educativo» (ossia di regimi e dittature) e dall’altra l’Ong Amnesty international

ritiene il divieto una misura «inadatta, sproporzionata e non da ultimo contraria ai diritti fondamentali»,

nel 2014 la Corte europea sui diritti dell’uomo di Strasburgo ha dichiarato quest’ultimo non lesivo dei

diritti alle libertà dell’uomo. Nel 2017 la Corte di Giustizia dell’Ue di Strasburgo ha giudicato addirittura

legittimo il licenziamento, in Francia e in Belgio, di donne che portavano il solo velo sui capelli (hijab).

IL BANDO AL CORANO. È da vedere ora come i due organi di diritto, l’uno internazionale l’altro

nell’ambito dell’Ue, reagiranno al divieto per la distribuzione del Corano (a breve in vigore) in Austria,

che verosimilmente punta a colpire la diffusione in strada di materiali di associazioni radicali islamiche

salafite come “La vera religione” in Germania: messa al bando dalle autorità tedesche, dopo alcune

perquisizioni, per collusioni con cellule terroristiche e messaggi di «incitamento all’odio». Una cosa però

è fermare l’attività di gruppi con comprovati legami con reclutatori di Isis e al Qaeda, ben altra vietare la

distribuzione del Corano tout court.

Né il burqa e né il niqab rientrano tra l’altro nei precetti del Corano, che impone alle donne la sola

copertura dei capelli con il hijab. La veste integrale afgana, in genere di colore blu, è entrata in uso nel

Paese soltanto alla fine dell’800, per volontà di un re geloso che lo impose al suo harem: fino agli Anni 50

il burqa era addirittura un capo ambito dalle donne dei ceti più abbienti, salvo poi diventare uno

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burqa/209611/