Renzi e le tasche degli italiani – Govern vs fotovoltaico

000fotovoltaico001Renzi: “Non metteremo mani in tasca agli italiani”

A prima vista una delle tante frasi ad effetto con cui quotidianamente il nostro Presidente del Consiglio ci

bombarda può sembra poco pertinente all’argomento degli incentivi fotovoltaici, ma il circo messo in opera

dall’illusionista fiorentino non risparmia niente e nessuno. Fino a metà 2014 montare un impianto

fotovoltaico era relativamente semplice, nella maggioranza dei casi si faceva un finanziamento associato

all’oggetto ed il risparmio ottenuto con l’autoproduzione più gli incentivi statali coprivano, almeno in buona

parte, la rata stipulata, il tutto con evidenti benefici per l’ambiente e la bolletta energetica nazionale.

Il diritto alla base si fondava su un contratto di durata ventennale stipulato con il GSE, poi è arrivata la legge

116 del 11 agosto 2014, che interviene sulla materia, nemmeno sui contratti futuri, ma anche su quelli in

essere con evidente disturbo del diritto, “rimodulando” il sistema degli incentivi, senza scendere in

tecnicismi e tabelle, la pratica si attua che non viene più erogato l’incentivo sull’energia prodotta, ma viene

riconosciuto un acconto rimandando il saldo a giugno dell’anno successivo. In soldoni, buona parte del

dovuto da parte dello Stato rimane nelle tasche dello Stato, viene dato con un anno di ritardo senza

interessi e viene pagato non più su base bimestrale, ma quadrimestrale o trimestrale a seconda della

potenza dell’impianto, insomma il buon Renzi non mette le mani in tasca agli italiani, le tasche le

“rimodula”.

Gli operatori del settore sono prontamente ricorsi al TAR del Lazio che ha sentenziato affermando che “… la

parte ricorrente subisce una lesione immediata e diretta della propria situazione giuridica soggettiva,

coincidente con la pretesa al mantenimento dell’incentivo riportato nella convenzione, laddove è obbligata

alla scelta – da esercitarsi entro il 30 novembre 2014 – di una delle tre opzioni di rimodulazione di detti

incentivi previste dalla norma citata”. E aggiunge: “Le opzioni …, esplicando un effetto novativo sugli

elementi di durata e importo delle tariffe, senza considerare i costi di transazione derivanti dalla necessità di

adeguare gli assetti in essere alla nuova situazione, operano in senso peggiorativo”.

Il serafico ed ottimista vice-ministro Claudio De Vincenti, aveva dichiarato a luglio che in merito allo spalma-

incentivi operatori e fondi internazionali “devono rendersi conto della ragionevolezza della posizione del

Governo italiano e della irragionevolezza di eventuali ricorsi”. In pratica confidava nei tempi lunghi della

giustizia e nella notoria “pecorisia bizantina” delle italiche genti. La retroattività del provvedimento ha

portato non solo gli investitori esteri a rimanere perplessi ed incerti se proseguire a portare euro in un

paese che cambia le regole del gioco dalla notte alla mattina, ma perfino l’ambasciatore del Regno Unito a

scrivere una lettera ufficiale al Presidente della Commissione Industria del Senato, Massimo Mucchetti, in

relazione all’esame del decreto legge e alla luce delle preoccupazione degli investitori britannici relativi allo

spalma-incentivi. Perfino la Commissione Bilancio del Senato aveva espresso perplessità sul provvedimento

scrivendo “… non ne risulta pienamente evidente la portata finanziaria e, inoltre, appaiono sottovalutati i

rischi di contenzioso connessi alla rimodulazione degli incentivi e al conseguente allungamento dei relativi

tempi di erogazione”.

L’arroganza e la presunzione del governo (la g minuscola non è casuale) Renzi è forte e risaputa, tutta

questa serie di rilievi non ha minimamente scalfito la tenacia dell’avanspettacolista, ma i proprietari degli

impianti e le associazioni di categoria coadiuvati da importanti studi legali sono andati avanti. Ora il tutto è

all’esame della Consulta con il rischio di azzeramento del provvedimento e conseguente esborso del

trattenuto più interessi e spese legali.

MAURIZIO DONINI