La crescita che non c’è

crescitaorecessioneIl premier si affanna a rassicurare gli italiani sulla marcia trionfale del governo e sulla certezza di portare a casa in breve tempo almeno alcune delle riforme più significative, quotidianamente rivendicate. La situazione reale, alla quale Renzi non sfugge e non può sfuggire è assai diversa. Le riforme, in particolare quella del Senato, ma successivamente quella elettorale sono gravate da una mole di emendamenti mostruosa, oltre 7.000, oltre ad avere la contrarietà di gruppi sempre più folti di parlamentari Pd, M5s, Lega, Sel, Fdi, contrari ad un Senato non elettivo, formato da consiglieri regionali e sindaci. La casta che rafforza la casta in un impeto autoreferenziale, espropriando il cittadino del diritto di scelta. Inoltre le contrarietà vertono sul mancato taglio del numero dei deputati e su alcuni capisaldi della nuova legge elettorale che alcuni gruppi vorrebbero discutere e modificare contestualmente alla riforma del Senato. Il nodo vero per Renzi è però un altro. La non crescita del Paese, l’aumento abnorme della disoccupazione e la scia di disperazione (anche se i giornali per non disturbare il manovratore non ne danno più notizia) e di suicidi causa la crisi economica, la perdita del lavoro e l’aggressività del sistema fiscale e bancario.  Le ricette per vincere almeno in parte la disoccupazione sono vaghe e in parte rinviate al 2015, come il job act, mentre per fine anno viene dato per operativo il nuovo servizio civile per i giovani. L’agenzia nazionale per il lavoro è solo un’idea e ci vorranno mesi per mettere a punto una norma e rendere effettivamente operativa una struttura sempre molto burocratica, dove già l’esperienza di “Garanzia Giovani” ha evidenziato il ruolo negativo di regioni e provincie a pochi mesi dall’avvio. Ora si tenta la strada della modifica dell’art. 18, ma non sarà troppa la carne al fuoco perché ne rimanga di cotta da mangiare? Il Governo peraltro ha un’altra gatta da pelare sul fronte dell’efficacia e dell’efficienza, da Monti e Letta ha ereditato una bella mole di decreti da convertire, ai quali si sono sommati quelli dell’attuale ministero, fino a raggiungere quota 700, non proprio un esempio di concretezza, tanto da far presagire a breve un ingorgo parlamentare con un unico risultato: blocco di tutte le attività e decreti scaduti da ripresentare, con buona pace per l’efficentismo renziano fatto di molte parole e pochi fatti, veri, documentabili, efficaci, contro le emergenze storiche del Paese, che solo per carità di Patria non elenchiamo puntualmente come abbiamo fatto nel passato.